La Città sociale di Marzotto a Valdagno che nel 1934 aveva già anticipato welfare aziendale e conciliazione vita e lavoro

Piscina del Lido della Città Sociale di Valdagno ideata negli anni '30
Piscina del Lido della Città Sociale di Valdagno ideata negli anni '30

La Città sociale di Marzotto a Valdagno che nel 1934 aveva già anticipato welfare aziendale e conciliazione vita e lavoro

27 Agosto 2026

 

In un documento ritrovato recentemente negli archivi della Marzotto di Valdagno, da Luca Romano, dottore di ricerca in filosofia e ricercatore sociale, è emerso come, già negli anni Venti, ci fosse un’attenzione per i propri dipendenti rispetto all’occupazione femminile, alla maternità, agli asili e alla prevenzione, non solo come controllo sull’idoneità dei nuovi assunti, sugli infortuni e sulle assenze per malattia, bensì anche alla prevenzione di patologie, alla tubercolosi, alle problematiche causate dal lavoro.

Non quindi solo controllo ma anche prevenzione e quando si riscontrava il rischio di possibile insorgenza di malattie professionali, si interveniva sui processi produttivi.

Nel medesimo periodo la Marzotto creò un reparto di maternità, un asilo nido fino ai 3 anni, assistito da un pediatra, scuole, colonie e una casa di riposo per i lavoratori anziani.

Ci fu inoltre una particolare attenzione alla presenza femminile nelle fabbriche, che nel tessile era alta, seppure il fascismo chiedesse alle donne di essere solo madri, mogli e custodi della casa, chiedendo al momento dell’assunzione una promessa di lasciare il posto di lavoro una volta sposate.

La struttura di Valdagno permise quindi, al contrario, a molte dipendenti, di lavorare e di conservare il posto anche dopo il matrimonio e i figli, arrivando addirittura alla pensione.

La “Città sociale” come venne chiamata, rappresentava da un lato sicuramente un’esperienza totalizzante, senza soluzione di continuità tra lavoro e vita privata. Dall’altro, alcuni aspetti di cura erano portati all’esterno rispetto alla famiglia, tolti dal carico della donna, che così poteva lavorare anche fuori dal proprio ambito domestico, emanciparsi, evolvere.

Considerato il momento storico, la definirei una linea strategica e di sviluppo totalmente fuori dagli schemi, oltre che rischiosa, visto che contrastava la fitta ragnatela di appelli, leggi e cavilli fascisti, atti a respingere ogni tentativo di emancipazione femminile e disincentivare qualsiasi desiderio di istruzione o ambizione lavorativa.

Il documento ritrovato è una lettera del 1934 di Adriano Olivetti a Filippo Masci, direttore generale del Lanificio Marzotto, dal quale emergono questi elementi di attenzione agli aspetti di cura e altri di estremo interesse rispetto ad esempio al significato attribuito al lavoro, al rapporto di fiducia e stima reciproca tra persone e aziende. Il ritrovamento pone il quesito se Adriano Olivetti abbia preso ad esempio questa realtà già virtuosa per sviluppare ulteriormente il più noto modello di Olivetti, già avviato dal padre Camillo e poi successivamente sviluppato fino a diventare il modello di eccellenza che oggi conosciamo.

La mia attenzione e riflessione va invece in altre direzioni, considerato che ancora oggi, nel nostro Paese, l’occupazione femminile è la più bassa in Europa, con conseguenze economiche e demografiche preoccupanti.

Da molti studi fatti, compreso quelli della P.ssa Goldin, Università di Harvard e Nobel per l’economia per i suoi studi sul gender gap, sappiamo che l’elemento di conciliazione vita e lavoro, ovvero la possibilità di lavorare anche fuori dalle mura domestiche e contestualmente poter costruire una famiglia, con una genitorialiltà condivisa, rimane centrale, tanto che quella che da più di vent’anni è una certificazione che lavora su questi aspetti, in modo ampio e sistemico, ovvero il Family Audit, certificazione della Provincia Autonoma di Trento, nata nel 2012, si è evoluta dal 14 aprile 2026, anche in una Prassi di riferimento nazione UNI Pdr 192:2026 Sistema di gestione per la conciliazione tra vita familiare e lavoro – Requisiti per il benessere delle famiglie.

L’armonizzazione tra vita e lavoro finisce quindi dentro un sistema di gestione e potrà diventare un asset strategico sul quale lavorare per supportare quelle aziende che vorranno creare aziende a misura di uomini, donne, famiglie, genitori e comunità.

La Città sociale di Marzotto era un’esperienza totalizzante con l’intento di tutelare e creare  condizioni ideali per il lavoro e anche per le persone (pensiamo al passaggio sulla prevenzione, senza fermarsi solo all’idoneità…). Oggi i servizi di supporto alla cura possono essere uno strumento messo a disposizione dalle aziende ma anche da reti territoriali, dipende dalle dimensioni delle aziende, dai territori, dai servizi già esistenti e da molti altri aspetti.

Ma l’elemento più importante, a mio avviso sul quale non dimenticare di lavorare è proprio quel profondo senso di valore del lavoro, di fiducia e stima reciproca, non solo tra aziende, bensì all’interno delle organizzazioni, tra proprietà, management, collaboratori e collaboratrici.

Il lavoro ben fatto, in cui si mette testa e cuore, si può fare. E in quel mettere testa e cuore ci sta l’attenzione alle persone, alle famiglie, al territorio, alla possibilità di conciliare il più possibile la propria vita professionale con quella più personale e privata, da parte delle aziende da un lato e dei collaboratori e collaboratrici dall’altro, rispondendo con quel senso di responsabilità che è prima di tutto, sempre, una responsibility, una presa in carico, verso sé stessi.

 

 

 

Di seguito l’articolo menzionato riferito alla lettera scritta da Olivetti alla Marzotto: https://www.corriere.it/economia/finanza/26_agosto_08/la-lettera-di-olivetti-ai-marzotto-la-citta-sociale-e-innovativa-il-ritrovamento-nell-archivio-di-valdagno-667eca4e-170d-4310-8b6a-db1ff44e7xlk.shtml

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