“Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento…”

“Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento…”

…tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi a un nobile scopo”

 

Questa frase di Adriano Olivetti è più attuale che mai.

Per molto tempo abbiamo pensato che il lavoro non potesse o addirittura non dovesse essere anche gioia. Quanti pensano ancora che se non ci sono fatica, sofferenza e tanto sacrificio, in realtà non sia lavoro? Pensiamo ad esempio a tutto ciò che ha a che fare con l’arte e la bellezza. Quanto è valorizzato e viene considerato un vero lavoro?

Che poi impatta anche sull’attivazione di progetti di lavoro agile o smart working, perché in fondo, la “fatica” e il tempo della trasferta te li tolgo.. poco importo se poi il lavoro lo fai lo stesso…

E invece oggi, su questo aspetto, ci viene un po’ presentato il conto dalle nuove generazioni, che ci stanno chiedendo un tempo pressoché quotidiano per le proprie passioni, la propria salute, la propria famiglia e vogliono dare un senso, partecipare a qualcosa che crei qualcosa di utile, atto ad un miglioramento, soprattutto di tutto ciò che invece è stato compromesso se non addirittura distrutto nei decenni precedenti.

 

Le aziende che oggi a grandi linee non hanno difficoltà a trovare personale sono proprio quelle che assieme a condizioni  economicamente dignitose, offrono la possibilità di una qualità di lavoro, di vita e di armonizzazione tra le due, nonché  di partecipazione a progetti che sentono possono avere un’utilità.

Tutto molto vicino al concetto di impresa civile descritta da Olivetti negli anni 50-60.

La mission di un’impresa civile era quintuplice:

 

    1. produrre ricchezza

    1. produrre lavoro

    1. produrre cultura

    1. produrre bellezza

    1. produrre qualità del lavoro (benessere, ecc.)

 

Il primo elemento è produrre ricchezza. Fondamentale. Ma gli altri elementi a seguire lo sono altrettanto.

Perché cultura e bellezza? Perché sono untangible asset (cit. M. Dorigatti – SEC)

Sono quegli aspetti che permeano la vita e il lavoro delle persone e delle aziende, che finiscono, senza tuttavia essere tradotti in numeri, nei bilanci dell’azienda.

Dove le persone crescono e fioriscono, evolvono le organizzazioni ed evolvono anche le famiglie e i territori.

Sono soggetti che si contaminano a vicenda.

Nelle aziende dove si può dedicare tempo e spazio, oltre ad una professione, ad un benessere e ad una salute individuale, si abbassano i costi di gestione del personale, che hanno poi un impatto sulla sanità pubblica, tema oggi cruciale, vista la situazione demografica di tutti i paesi occidentali.

La CSR (Corporate Social Responsibility), nel suo significato più profondo, è un concetto molto importante che può tradursi concretamente in un social report, comprensivo anche di un processo, che ne rappresenta la parte più importante e che pone attenzione non solamente al bilancio finale, bensì alle modalità, che comprendono persone e comportamenti, che traducono valori agiti. Il processo appunto.

Molto lontani da bilanci superficiali quali atti di green washing che comunque  possono essere prodotti.

Dall’altra, tuttavia c’è la coerenza, forse uno degli strumenti di engagement più potenti, di cui può disporre un’azienda, quando agita concretamente al proprio interno. Così come può essere elemento di disengagement nel momento in cui accade il contrario.

Ad ogni buon conto, la partita non si gioca solamente lato aziende.

Ogni collaboratore che entra in un’organizzazione ha una propria cultura, storia, esperienze, valori, credenze, situazione familiare, esigenze, che filtrano inesorabilmente la sua esperienza lavorativa.

In un momento storico in cui gli equilibri internazionali sono così compromessi sia rispetto alle condizioni ambientali che geopolitiche, le persone hanno bisogno di riferimenti, soprattutto i più giovani.

Le organizzazioni oggi possono sopperire in parte a questo ruolo, possono rappresentare un’interfaccia sull’interpretazione del mondo.

L’economia civile nasce in Italia nel ‘700 con Antonio Genovesi che istituisce la prima cattedra di economia nel 1754 a Napoli (Cattedra di Commercio e Meccanica) e si definisce economia della pubblica felicità ma le persone non erano pronte ad accoglierla perché la cultura di quel periodo era fondata sulla sofferenza. Più soffrivi e più potevi sperare in un aldilà. Il cattolico si vergognava quasi di essere felice. Perché la sofferenza era moneta gradita a Dio.

E ora, siamo pronti a riprenderla questa economia della felicità? Che poi all’inizio era comprensiva anche di studi di filosofia ed etica.

Perché sembra sia proprio ciò che le giovani generazioni ci stanno chiedendo….

Un’economia della sostenibilità e della felicità.

Oggi abbiamo mezzi che nel ‘700 non c’erano e dovremmo riuscire a fare meglio!

 

Daniele Novara in un bellissimo articolo su Avvenire di qualche giorno fa, scrive che oggi non abbiamo bisogno di rivedere i programmi scolastici, bensì di far sviluppare il pensiero critico con metodologie di insegnamento differenti per lavorare su:

“libertà di pensiero, confronto, discussione e apertura verso punti di vista nuovi e innovativi. Serve uno spazio educativo e formativo che consenta alla scuola di essere sempre più quel luogo magico dove si costruiscono salute e apprendimento. Un luogo generativo e maieutico, dove la scoperta, e non la ripetizione nozionistica, rappresenti sempre il baricentro del lavoro e della relazione educativa.

 

“Le scuole devono servire a far teste per la repubblica, non grammatici, né disputanti per gli caffè…”

A. Genovesi

 

E’ il pensiero critico, insieme alla cultura, che sempre più ci permetterà di comprendere ciò che è vero da ciò che è fake.

Tutto ciò che potrà essere sostituito dall’AI probabilmente lo sarà e può essere un’opportunità di evoluzione… oppure no.

Ce lo racconta anche Federico Faggin, inventore del microchip e del touch screen, uomo di scienza, che ci fa riflettere sulla coscienza e libero arbitrio come aspetti fondamentali della natura dell’uomo, per non paragonarci e non metterci al livello della macchina, perché avremmo già perso. Ma l’essere umano è superiore alla macchina. Non dobbiamo dimenticarci la nostra natura, che oggi deve emergere più che mai.

Tutto questo potrebbe essere un driver potente anche per l’evoluzione (e non l’involuzione) di un sistema?

In tutto ciò si inserisce pienamente il concetto di eudaimonia, di felicità per i greci, che nel socratico era afferente proprio l’esercizio delle virtù e il fiorire delle persone.

Molto lontano dal concetto di felicità come utilitarismo che sembra si stia rivelando in tutta la sua debolezza.

 

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