“La mente non si riempie se prima non si è aperto il cuore” (Platone)

2 ottobre 2025

“La mente non si riempie se prima non si è aperto il cuore” (Platone)

2 Ottobre 2025

 

Competenze o talenti?

Cosa chiediamo di mettere in gioco ai nostri collaboratori?

Su quali elementi li valutiamo? In entrata e durante la loro permanenza in azienda

Cosa stiamo dando per scontato?

Approcci e convivenza di generazioni tanto diverse, ricerca di parità di genere, necessità di armonizzare vita e lavoro, burnout, quite quitting, flessibilità, lavoro agile, welfare, crisi internazionali e incertezza globale, crisi di senso…

La complessità di gestione delle persone nelle organizzazioni, sembra alimentarsi di continuo e nulla fa pensare ad una semplificazione se pensiamo alle molteplici dinamiche che interagiscono con persone e business.

Ho sempre tuttavia la sensazione che, mentre ci si lavora (e fortunatamente si può fare), ci sia da osservare e valutare il tema in senso molto più ampio. Un po’ per per iniziare a lavorare in prevenzione, un po’ per avere chiavi di lettura differenti e intravvedere anche soluzioni diverse.

Il meraviglioso articolo del Prof. Zamagni sull’inserto di Economia Civile di Avvenire del 17 settembre scorso, credo abbia toccato un punto fondamentale parlando del necessario passaggio da scuola delle competenze a scuola dei talenti.

“La nozione di competenza è stata applicata al contesto scolastico in seguito all’affermazione, nel mondo occidentale, del taylorismo quale modello vincente di erogazione del lavoro in tutti gli ambiti di attività e non solo nell’industria.

(…) Il termine competenza ha la medesima radice di competizione… Ebbene è l’istruzione che, intervenendo sulle abilità cognitive del giovane, lo prepara a competere…”

Abbiamo quindi ancora un sistema scolastico che rende i giovani funzionali al sistema ford-tayloristico, che tuttavia oggi è in forte declino.

Ma mentre le competenze si acquisiscono, i talenti si sviluppano tramite l’educazione, ovvero un accompagnamento.

Nessuno nasce già competente ma tutti nascono con talenti, doni gratuiti.

“La competenza tende ad accrescere la capacità della persona grazie alla trasmissione di contenuti culturali e scientifici; il talento invece aumenta le capacitazioni del soggetto”.

Ricordando Platone: “la mente non si riempie se prima non si è aperto il cuore”

La nostra scuola sa aprire il cuore dei giovani? Perché il giovane capace di passione è il giovane capace di azione.

Mentre il continuo lavoro sulle competenze ha portato all’over skilling di abilità che tuttavia diventano obsolete velocemente, le capacità avanzate della persona restano inutilizzate con conseguenze ben note: frustrazione, calo di motivazione, spreco di risorse.

“Le abilità non cognitive stanno acquisendo un valore crescente soprattutto se si pensa all’utilizzo dell’AI con la quale i compiti meramente tecnici verranno automatizzati ma  le abilità di empatia, capacità di relazionarsi, creatività, pensiero critico hanno e avranno sempre di più una rilevanza cruciale. (…) Serve cioè una direzione consapevole del pensiero. Servono immaginazione, spirito critico, plasticità mentale. E queste abilità sono il frutto dell’educazione, non certo dell’istruzione”.

Il premio Nobel per l’economia James Heckman, in una sua ricerca del 2024 mostra “che nella selezione del personale da assumere, le imprese, oggi assegnano un peso molto superiore alle character skills piuttosto che alle cognitive skills. La parola skill viene resa talvolta con competenza o capacità. Si tratta di un grossolano errore perché skill si traduce con abilità e destrezza.”

“La richiesta sociale di competenze, ancor oggi dominante, spinge i giovani ad appiattirsi sulla prestazione perché indotti a ritenere di ricevere in tal modo il riconoscimento della loro performance e quindi del loro essere “funzionali” e a non essere invece riconosciuti come persone dotate di una propria identità. (…)

L’ansia da prestazione lacera la soggettività, genera un io frantumato; il soggetto lavora ma senza realizzarsi. Nella società della performance il timore di fallire o di venire umiliati, impedisce la valorizzazione”.

Nutrire il talento e prima di tutto saperlo riconoscere dovrebbe essere l’obiettivo primario di un progetto educativo.

Sembra anche essere la prima delle necessità delle persone, anche da adulte. Prima o dopo bussa alla porta. Di solito bussa più forte quando si inizia a far fatica a trovare un senso… e nel contesto internazionale odierno un po’ di fatica si fa.

Qui si inseriscono le aziende e le organizzazioni, nelle quali le persone possono identificarsi, trovare un senso di realizzazione personale e collettiva, partecipare ad un progetto che da sole non riuscirebbero a realizzare, sentirsi e far parte di una comunità che a volte, fuori dalle mura dell’azienda, non c’è. E penso a tutte le persone che si spostano per lavoro, allontanandosi dal territorio di origine.

E forse proprio qui c’è anche bisogno di recuperare quelle character skills (afferenti la personalità) dove per “skills” abbiamo visto che non intendiamo competenze, bensì abilità, destrezza.

Non è retorica dire che c’è necessità di attenzione alle persone, un pilastro che ogni azienda dovrebbe accertarsi di avere ben solido, proprio per il raggiungimento di quelle performance di cui c’è bisogno. Ma forse oggi questa attenzione deve spingersi a quel “punto cieco” definito da Otto Sharmer “intelligenza del cuore”, che lascia spazio a quel bagaglio di talenti, ricevuti in dono gratuitamente, che se non sviluppati, ad un certo punto scalpitano e diventano frustrazione, calo di motivazione, spreco di risorse e che probabilmente hanno radici più profonde, sulle quali poco ha senso sentenziare e che dovremmo invece cercare di sradicare.

2 ottobre 2025

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