Ciò che misuriamo (e non misuriamo) definisce la strategia e la visione aziendale
30 agosto 2024
Nella gestione delle persone all’interno delle organizzazioni, quantomeno in quelle più attente, da un po’ di tempo, si sono iniziate ad apportare modifiche significative: applicazione di lavoro agile, smart working o remote working, flessibilità, più di recente la settimana corta, tradotta in modalità diverse… ma la preoccupazione principale che si presenta è più o meno sempre la stessa: quella di riuscire a mantenere delle performance, dei risultati aziendali soddisfacenti.
Ma di quali risultati stiamo parlando esattamente?
Cosa abbiamo misurato fino al momento presente?
Prima ancora, a mio avviso, la domanda da porsi è un’altra: cosa intendiamo per “lavoro”? Cosa dovrebbe essere valorizzato e retribuito? Tempo, idee, proposte di innovazione?… Risultati? … Quali?
E poi: quali sono i risultati positivi per i diversi settori delle nostre aziende? Lo sono solo i risultati dei commerciali? E tutti coloro che lavorano “dietro” o “a fianco”? Quanto può valere una efficiente gestione IT che fa funzionare tutto al meglio, senza rallentamenti magari nei momenti cruciali (che forse lo sono tutti visto che senza strumenti funzionanti e senza connessione siamo più o meno tutti fermi…) o una gestione contabile puntuale con sintesi di dati sempre aggiornate? … Qual è il valore di un customer care che fa sentire i clienti accolti, ascoltati, che costituisce un punto di riferimento affidabile, per il quale un cliente non cambierebbe fornitore neanche a fronte di un servizio a minor costo?
Se gli ecosistemi aziendali cambiano, se i modelli di business cambiano, se le persone che lavorano hanno necessità, stili di vita, strumenti differenti rispetto a quelli di un decennio fa o anche solo a 5 anni fa, il sistema di misurazione delle aziende può rimanere il medesimo?
Con questa mia riflessione non voglio entrare nel merito delle modalità tecniche di definizione degli obiettivi, tuttavia diventa fondamentale comprendere come dei singoli obiettivi si leghino ad obiettivi più alti, che coinvolgono tutta l’organizzazione. Si tratta di allineare, di creare congruenza tra ciò che viene scritto nei progetti di people & culture, nelle strategie aziendali e ciò che le persone vivono e agiscono ogni giorno. Si tratta di dare un senso, in modo concreto, coerente, vero, tangibile.
Che messaggio comunicano gli obiettivi che sono stati definiti? E le modalità con le quali li abbiamo definiti sono coerenti con la cultura aziendale che stiamo creando?
Sono in linea con uno sviluppo sostenibile del business, da un punto di vista economico, ecologico, sociale, di impatto sul territorio?
Il busy bragging (ovvero il dare valore e sentirsi di valore solo per il fatto di essere sempre impegnati) oggi molto presente anche se spesso inconsapevolmente, non è esattamente in linea con un approccio sano alla performance perché nella frenesia non c’è performance. Non sul medio/lungo periodo, dove il nostro sistema nervoso viene messo eccessivamente sotto stress, mandando il tilt il nostro benessere psicofisico:
“Quando hai un eccesso di cortisolo, di infiammazione, diventi un buon candidato per l’esaurimento dell’asse Hpa (ormonale), del Sistema Nervoso e allo stesso tempo insorgono sintomi quali: emicrania, aumento di peso, ansia, pressione alta, artrite, iperglicemia, malattie del cuore, senso di fatica, insonnia, indebolimento del sistema immunitario, gonfiore, irritabilità, apatia e molto altro.
Un cortisolo alto o flat (in esaurimento) porta a ridurre la duplicazione cellulare incrementando l’invecchiamento…”
Dott. F. Menconi – Chinesiologo – MassoterapistaDocente CSN – Met. antiaging – Health trainer
C’è un altro aspetto nella dimensione della performance che va considerato ed è appunto cosa intendiamo per performance? Il lavoro ben fatto è performance? Dovrebbe essere un aspetto intrinseco del lavoro. Si dovrebbe imparare a lavorare bene fin da giovani per il piacere di fare bene ciò che si fa, per il valore del lavoro in sé, non perché si è controllati ed eventualmente poi premiati.
Luca e Vincenzo Moretti “Il lavoro ben fatto” lo definiscono così: “è quando ci alziamo la mattina e facciamo bene quello che dobbiamo fare, qualunque cosa dobbiamo fare”.
Segue “ogni volta che facciamo bene una cosa, attiviamo un processo che ci permette di tenere assieme di dare più valore a quello che sappiamo (ciò che sta nella testa), a quello che sappiamo fare (ciò che sta nelle mani) e a quello che amiamo (ciò che sta nel cuore)”
E’ una modalità intrinseca di sviluppare il senso di responsabilità.
Come scrisse Giacinto Dragonetti, uno dei fondatori dell’economia civile, nel suo “Delle virtù e dei premi” (1766) “gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i delitti e non ne hanno stabilita pur una per premiare le virtù”.
A cosa poniamo attenzione in azienda?
Perché probabilmente è ciò che veicolerà il comportamento e la motivazione delle persone più di qualsiasi altra azione formativa, welfare, team building nei quali si decida di investire. Le abitudini, i comportamenti, la quotidianità, ciò che percepiamo e viviamo ogni giorno, fanno sempre la differenza.
Nell’applicazione dello smart working, quale modalità di lavoro intelligente, responsabile e consapevole ovviamente, non come lavoro da remoto, il problema principale rimane ancora quello di avere la certezza che le persone, da casa, lavorino.
Eppure, se l’unico sistema di controllo di un lavoro, l’unico strumento presente per la gestione dei collaboratori, è il controllo de visu, io continuo a pensare che ci sia una forte distorsione… E’ come vedere solamente la punta di un iceberg dove sotto invece c’è tutto il resto da rivedere e ripensare: la cultura del lavoro, gli stili di comunicazione, la presenza di relazioni di fiducia, di modalità lavorative sensate ed equilibrate che possano far sentire alle persone di poter vivere oltre a lavorare, nonché di partecipare ad un progetto, alla creazione o costruzione di qualcosa che abbia un valore.
Su tutto ci impatta inesorabilmente anche una cultura del lavoro che viene dalla parte più profonda di ognuno, dalle nostre radici, di persone e di paese.
Sono tanti i posti in cui abbiamo lasciato dei pezzi (la storia del pensiero economico che non era fatto solo di numeri, il valore del dono – diverso dal concetto di “gratis” – lo sproporzionato valore attribuito all’aspetto economico rispetto ad altre dimensioni, l’eccesso di frastuono dei social che ci porta a vivere sempre più dissociati…) ma gli eventi che stanno caratterizzando il mondo del lavoro da un po’ di tempo (grate resignation, grate retention, cambiamenti radicali di rotta di molte persone che non ce la fanno più, necessità di conciliazione vita lavoro, richiesta di settimana corta, di norme che tutelino il diritto alla disconnessione…) dicono molto.
E’ un argomento enorme ed è cruciale. Il lavoro caratterizza una grossa parte della vita delle persone, direttamente e indirettamente e c’è un grande lavoro da fare, ripartendo il prima possibile anche dalle scuole, tanto vale metterci testa e cuore e provare a fare un “lavoro ben fatto”.
“La stanchezza che proviamo non è tanto del lavoro accumulato, quanto di una quotidianità fatta di routine e di vuoto.
Ciò che più stanca non è lavorare troppo. Ciò che più stanca è vivere poco.
Ciò che veramente stanca è vivere senza sogni”.
Gabriel Garcia Marquez


